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Acqua alta e coronavirus. Giovanni Mozzato dello Chat Qui Rit mi racconta la sua Venezia.

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HO CHIESTO A GIOVANNI MOZZATO DELLO CHAT QUI RIT DI VENEZIA DI AVVIARE UNA DIRETTA INSTAGRAM PER RACCONTARMI COME STA VIVENDO QUESTA QUARANTENA E DI RIFLETTERE SUL FUTURO. ECCO COM’È ANDATA.

Come stai vivendo le tue giornate?

Sono cambiate radicalmente nel senso che prima sembrava di non aver mai tempo libero per rilassarsi e ora non c’è più nulla, sono rimasti i pensieri. Trascorro il tempo con la mia famiglia, studio, leggo alcuni libri e giornali, faccio sport. Un pò come tutti.

Lo Chat qui Rit è a Venezia e sappiamo benissimo dell’emergenza acqua alta di pochi mesi fa, ora questa pandemia..

Questo momento ha messo in ginocchio tutte le attività che già avevano sofferto l’acqua alta dello scorso novembre. È stata la seconda più importante nella storia e questo ha comportato enormi danni e disagi. Io sono stato chiuso una decina di giorni, ho avuto danni da 30.000 euro tra l’arredo e i macchinari. Ma quello che ha ammazzato ancora di più l’economia è il mancato lavoro successivo. La grande sensibilizzazione politica e mediatica che sembrava positiva in realtà ha comportato che tutto il mondo parlasse di Venezia ma il messaggio successivo non è arrivato perché già dopo pochi giorni eravamo ripartiti e nessuno l’ha detto. Sembrava che Venezia fosse rimasta con l’acqua alta e che non fossimo in grado di ripartire. Invece tutti avevamo la grande voglia di dire che noi c’eravamo. Tutti ci chiamavano chiedendo come fosse la situazione, c’e stata cattiva informazione nel post acqua alta e nessuno ci ha aiutato a ripartire. La cosa assurda è che tutta questa sensibilizzazione serviva ad avere un aiuto economico per recuperare una parte dei danni invece ad oggi l’aiuto economico non è arrivato quindi era anche meglio che nessuno ne parlasse perché hanno solo fatto peggio. Il mancato lavoro successivo a causa delle disdette ci ha tagliato le gambe. Ma non solo per i quindici giorni successivi, disdicevano il Capodanno, il Natale, qualcuno anche il Carnevale. Quindi purtroppo noi a Venezia veniamo da una situazione terribile e ora questa pandemia.

Come sono stati i primi giorni di marzo? 

Io avevo deciso di chiudere subito prima di tutto perché Venezia è una città turistica e già si era bloccato praticamente tutto l’ultima domenica di Carnevale, lentamente la gente se ne andava. Faceva impressione. Quando Venezia si svuota, avendo poca residenza, per noi non è sostenibile dal punto di vista economico. Noi non possiamo nemmeno lavorare con il delivery perché non ci sarebbe richiesta. Nelle varie città ci sono queste iniziative positive: primo sei impegnato e mentalmente non ti spegni, poi puoi riuscire a far lavorare alcuni dei tuoi dipendenti, dal punto di vista economico poi magari non vuol dire molto. Per noi era impossibile, preferisco starmene qui e ragionare sulla ripartenza. 

Cos’ha pensato riguardo il post quarantena?

Io sono convinto che dovremo, con gli aiuti economici, se ci saranno, cercare di traghettare l’attività fino alla primavera dell’anno prossimo perché prima il turismo a cui siamo abituati non ci sarà. Dovremo guardare con molta attenzione al mercato interno: non solo al veneziano che è residente, ma ai veneti in generale e poi all’italiano o lo svizzero e l’austriaco che può muovere in macchina. Pero sarà un turismo molto legato a distanze chilometriche ravvicinate. Non sarà facile. 

Giovanni Mozzato

Cosa si può fare per Venezia?

Questa situazione deve spronare ad accelerare un processo che possa portare ad un turismo di qualità su Venezia ma prima di tutto a cercare di far aumentare i residenti. In che modo? Beh riportando le attività produttive e legate ai servizi (pensate all’Università, alle attività culturali). Tutta una serie di attività fattibili. E già questo darebbe vita a Venezia. Questo però dovrebbe partire dall’amministrazione. È necessario che si sproni a stare a Venezia per più di qualche ora. Bisognerebbe creare degli eventi interessanti, coinvolgendo noi ristoratori e albergatori, senza quella negatività che blocca sempre Venezia. Dobbiamo iniziare a metterci in discussione e capire che quando Venezia si blocca si blocca davvero. E poi bisogna far vivere Venezia in maniera più ragionata dal punto di vista dei flussi, cioè che ci siano dei flussi costanti ma non esagerati. A volte Venezia è vuota e alcune volte invece ci sono eventi nello stesso periodo. Spalmiamoli. 

Parlando del tuo ristorante, come ti organizzerai?

È chiaro che ci sarà una riorganizzazione degli spazi, ci saranno meno coperti per rispettare le regole. Questo in realtà è l’ultimo dei miei pensieri. Ciò che mi stressa di più riguarda davvero l’accoglienza perché vedo molto problematico l’accogliere i clienti con mascherina, guanti e pistola per rilevare le temperature, se pensi alla tipologia del mio locale. Come faremo ad invogliare le persone a venire e a sottoporsi a quelle dinamiche? Immagina la scena. Poi immagina se qualcuno ha la febbre. Questa situazione è tanto dura. Quindi forse meglio stare chiusi. In una ristorazione come la mia che non è legata al bisogno ci sono dei presupposti che sono la serenità di poter godere di un certo tipo di atmosfera, di accoglienza, di un servizio e quando qualcuno di questi elementi traballa penso che sia difficile fare questo tipo di lavoro. Nel mio caso specifico se penso a Venezia dove la gente va per un week end romantico magari la gente preferisce portarsi la cena in camera piuttosto che avere una persona che ti serve con la mascherina e i guanti. Spero di sbagliarmi ma credo che bisogna essere coscienti di questa situazione. Potrebbe essere un’opzione il take away nel nostro caso. Ovviamente dev’essere organizzato bene perché in albergo non puoi rigenerare il cibo. Io però cercherò di rimanere legato alla mia identità di menù.

Come sta il personale?

Non bisogna allarmarli perché comunque anche loro hanno una famiglia le cose si stanno mettendo male ma la loro tranquillità economica rimane, non ho e non voglio licenziare nessuno. Abbiamo fatto una chat di gruppo dove parliamo quotidianamente. Cerchiamo di essere leggeri, dico che dobbiamo resistere e aspettare e sperare che tutto finisca il prima possibile. Mi dà forza sapere che loro ci credono e che si sentono tranquilli e poi insieme rialzeremo la saracinesca. 

Cos’è importante in questo momento?

Nel mio caso avere una prospettiva perché la gente ora comincia a stancarsi. Cominciamo a renderci conto del significato di libertà. Però chiaramente la priorità è avere un riferimento temporale. Dobbiamo avere una prospettiva perché sennò è snervante. Così si fa fatica, tutta questa incertezza crea paura e confusione. Ci diamo forza e ci godiamo tutto però ci rimangono dei vuoti. La mia famiglia riuscirò a mantenerla? La notte non si dorme. E poi i pensieri successivi riguardano come traghettare l’attività fino alla primavera dell’anno prossimo stimolando le persone a raggiungerti.

Un ultimo pensiero?

Beh, che spero di poter ripartire il prima possibile e di raggiungere gli obiettivi che ci eravamo posti. Costi quel che costi ci arriveremo. 

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