“J.K. Place “Ospitalità fatta con amore: l’essenziale è visibile solo con il cuore”

Come definite la parola “ospitalità”? Viaggiando molto, per lavoro e per piacere, io me lo sono chiesta tante volte. Facendo qualche ricerca, si può giungere ad una definizione per molti universale e interculturale. “Ospitali” significa essere amichevoli, cordiali, accoglienti e utili agli altri, specialmente agli estranei. Tutti questi aggettivi ci fanno capire che alla base dell’ospitalità vi sono l’interazione umana e alcuni valori non negoziabili: il calore, l’umiltà, la capacità di ascoltare e di risolvere i problemi.

J.K. Place Roma – Credits Federica Pierpaoli

Facile a dirsi, senza dubbio, ma spesso noto che tale definizione viene più spesso imparata a memoria pensando che questo, assieme ad alcuni gesti meccanici, siano sufficienti per stare a contatto con le persone. Io credo invece che l’essere ospitali sia un’attitudine che si costruisce nella quotidianità e nella comprensione che siamo tutti, contemporaneamente, ospiti e stranieri.

La parola ospite deriva dal latino hospes, con il doppio significato di “colui che ospita e quindi albergatore” e di “colui che è ospitato e quindi forestiero”. Così i rapporti che si instaurano tra chi accoglie e chi è accolto sono così stretti e vincolanti da generare un rapporto profondo e sacro, che rende i due ruoli di ospitante e ospitato intercambiabili, tanto da essere identificati dallo stesso termine.

Molto spesso al giorno d’oggi viene fatta molta confusione e spesso quei valori che dovrebbero essere alla base dell’ospitalità vengono dimenticati. In altre parole, si tratta di conoscere la differenza tra l’offrire un servizio e l’essere ospitali. Il primo gesto garantisce la semplice offerta di un prodotto, il secondo è il modo in cui lo si fa ed entrambi sono importanti se si vuole lasciare il segno nelle persone suscitando emozioni profonde. L’ospitalità è il luogo in cui calore e sincerità genuina si incontrano per creare qualcosa di più grande, una vera relazione, che permette di prendersi cura delle persone e farle stare bene quando sono fuori casa.

Ed è proprio su questi valori, che il J.K. Place ha fatto il suo ingresso nel settore dell’hospitality di lusso. Galeotto per il co-fondatore del gruppo, il Signor Kafri, fu un caffè al Seven One Seven di Amsterdam, durante un viaggio alla scoperta degli hotel che hanno fatto la storia del settore alberghiero. Rimase a tal punto affascinato dal modo così genuino di accogliere l’ospite, che quella vocazione all’ospitalità negli anni si è trasformata in passione e nel lavoro della vita, ispirando generazioni di professionisti che oggi sono alla base del successo del brand.

Ed è proprio quando suoni il campanello e ti avventuri all’interno di uno dei J.K. Place che tutto questo diventa improvvisamente chiaro. A parer mio, un soggiorno indimenticabile si basa molto di più sui piccoli dettagli: essi giocano un ruolo fondamentale nel trasformare qualcosa di buono in memorabile. Un personale preparato è importante, ma ciò che fa davvero la differenza è la capacità di aprire il proprio cuore, creando una relazione sincera e genuina con gli ospiti.

Soggiornando al J.K. Place, ho compreso che tutto è davvero pensato e realizzato con amore. Ed è proprio quell’attenzione al dettaglio – ad esempio nel farmi trovare a colazione una torta di carote fatta in casa, dopo aver scoperto essere il mio dolce preferito -, che porterò sempre nel cuore, perché in quel momento mi sono sentita coccolata ed apprezzata, ma soprattutto ascoltata. Come diceva De Saint-Exupéry, “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Intervista a Ori Kafri, co-founder & CEO del gruppo alberghiero J.K. Place

Ori Kafri – Credits Federica Pierpaoli

Ori Kafri è originario di Firenze e proprio in questa città ha aperto nel 2003 il primo boutique hotel 5 stelle del brand, che oggi conta altri due hotel in Italia, Roma e Capri, e uno a Parigi, inaugurato a gennaio 2020.

Situati all’interno di palazzi storici restaurati e strategicamente posizionati, gli hotel a marchio J.K. Place sono disegnati dall’architetto Michele Bönan. Proprio come in un’elegante residenza privata, ad ogni struttura vi si accede suonando il campanello, ogni camera è sempre unica e gli ambienti comuni vengono vissuti dagli ospiti in totale libertà.

Come ti sei avvicinato al settore alberghiero?

In famiglia, i miei genitori, avevano il piacere che io trovassi una mia identità, qualcosa che mi piacesse fare, qualcosa che mi facesse stare bene e quindi non volevano che il lavoro di mio padre fosse la mia prima scelta, ma che fosse solo un’opzione. Anche se in realtà il lavoro di mio padre mi aveva sempre affascinato perché viaggiava molto e conosceva tante persone nuove. All’epoca nelle pagine gialle – ride – perché ovviamente non c’era internet, trovai la pubblicità di una scuola a Firenze, l’ISTUR (Istituto Internazionale di Scienze Turistiche). L’Università non era esattamente fatta per me, non mi ero trovato bene e volevo cambiare. Questa scuola durava due anni e ogni otto mesi avevamo quattro mesi di stage. 

Mi trovai benissimo: i compagni che venivano da tutto il mondo, le materie interessanti, la possibilità di imparare le lingue e l’idea di poter scegliere qualche meta esotica per i mesi di praticantato. Poi però per qualche strano motivo rimasi a Firenze all’Helvetia Bristol e quell’esperienza fu così importante per me che iniziai davvero a pensare che fosse la mia strada. Mi era piaciuto stare a contatto con gli ospiti, conoscerli, confrontarmi con loro e soprattutto osservare come il lavoro e i consigli dei colleghi della conciergerie rendessero così unico il loro soggiorno. Le loro azioni rendevano davvero felici le persone che venivano in hotel e questo ha fatto scattare in me qualcosa. Inoltre, ogni volta che mio padre rientrava, portava a casa le sue esperienze di viaggio e ci raccontava che cosa non gli era piaciuto negli hotel. Quindi quando abbiamo avuto la possibilità di realizzare il nostro albergo, ha potuto portare la sua visione. Tant’è che JK sono banalmente le sue iniziali. 

Come nasce il primo J.K. Place, quello di Firenze?

Trovammo per caso questa palazzina abbandonata in Piazza Santa Maria Novella, ci venne l’ispirazione e decidemmo di comprarla. Era il 2000. In quegli anni la famiglia Ferragamo aveva da poco iniziato l’attività alberghiera e si era affidata all’architetto Michele Bönan. Non avendo esperienza sul campo, pensammo che se loro avevano scelto lui allora sicuramente era il migliore. Dopo qualche tempo riuscimmo ad avere un incontro e gli raccontammo il nostro sogno di creare un boutique hotel. Lui mi chiese: “ma lo conosci il Costes? Il Blakes? Sei mai stato al Delano? 

E io risposi a tutte le domande con un “no”. “Guarda va tutto bene – mi disse Bönan – ma forse è meglio che studi perché ci sono degli hotel nel mondo che stanno scrivendo la storia e prima di fare un hotel dovresti capire cosa vuoi”. Quell’incontro fece scattare qualcosa in me e iniziai a fare ricerche, a ritagliare foto, a visitare gli hotel. In quel momento, vedendo tutti quei nuovi hotel così “cool” e modaioli, capì che non volevo un hotel alla moda ma uno che avesse un suo stile. 

Oggi parlo di “nostro stile”, mentre all’inizio ci volevano inquadrare con degli aggettivi che non ci rappresentavano. Io pensavo proprio all’idea del sarto che ti fa l’abito su misura: ci vai quando hai una tua personalità. Il J.K. Place sarebbe stata la casa per persone con personalità, che hanno già l’abitudine di frequentare importanti hotel lussuosi ma che ad un certo punto si dicono che sono pronti ad andare in una casa in cui trovare una propria dimensione e soprattutto la propria umanità. Se ci pensi gli hotel, queste scatole belle, sono vuote se non ci metti l’anima delle persone. Sono loro che rendono vivi gli ambienti e gli spazi. 

Quindi ospitalità fa rima con umanità?

Sì, ed è quello che ho capito durante un viaggio ad Amsterdam, quando sono andato a visitare l’Hotel Seven One Seven (anche questo segnalato all’interno degli HIP Hotels). Questa esperienza mi ha cambiato totalmente la prospettiva di quello che vuol dire fare questo mestiere. 

Suonai il campanello: non avevo prenotato, telefonato, sono arrivato con lo zaino in spalla. Questo signore mi fece entrare e gli spiegai che desideravo visitare l’hotel che avevo visto nel libro, e lui mi accolse come se fosse entrato Carlo d’Inghilterra. Mi fece visitare l’hotel, mi mostrò il libro fotografico dei lavori che avevano realizzato, poi mi mise seduto con caffè e biscotti e mappa della città. Mi diede anche un ombrello perché fuori pioveva. 

Chiesi il conto e lui si mise a ridere: “ma quale conto! Noi siamo un piccolo hotel, non abbiamo il budget per farci pubblicità sulle riviste patinate ma non ci costa nulla esprimere il nostro concetto di accoglienza con le persone che ci vengono a trovare”. Questo gesto mi ha cambiato la vita. Tant’è che quando aprimmo J.K. Place Firenze, io lo cercai e per diverso tempo gli feci fare avanti e indietro perché potesse insegnare a me e al team questo senso umano e genuino di fare ospitalità. Tuttora oggi nei J.K. Place tutti sanno che si può offrire un caffè. Se ci pensi quando qualcuno viene a casa a trovarti, tu che fai? Gli offri il caffè. È alla base della nostra cultura. E quindi io non ricordo se l’hotel fosse bello o brutto ma l’esperienza umana da estraneo che ho vissuto è indimenticabile.

Come mai il J.K. Place di Firenze non esiste più?

Quando abbiamo aperto il J.K. Place di Firenze io avevo 26 anni e ne ero anche il direttore. Pochi mesi dopo l’apertura abbiamo avuto l’opportunità di vendere l’albergo. Io in quel momento non sapevo che nella vita avrei fatto davvero questo quindi nell’ottica di fare business mi era sembrata buona l’idea di vendere e non è stato uno shock perché mi sentivo davvero realizzato per aver creato qualcosa apprezzato da altri. Il marchio però rimase nostro ed io assunsi la carica di direttore. Improvvisamente non avevo più la responsabilità imprenditoriale, ma allo stesso tempo potevo portare avanti il mio credo. Questo dal 2003 fino al 2008. Negli anni a venire continuai il rapporto con una consulenza fino a quando, un paio di anni fa, ci siamo separati.

Come nasce il progetto J.K. Place Capri?

Non so se si è trattato di incoscienza, d’inesperienza, o di leggerezza, perché io non ero mai stato a Capri. Ma quando, il mio socio ed io, arrivammo sull’isola e vedemmo quella struttura con quella posizione, ne rimanemmo affascinati. Bönan invece non voleva nemmeno venire a Capri perché la struttura era posizionata a Marina Grande e lui non concepiva che un J.K. Place potesse nascere lì ma io ero convinto delle nostre idee e insistetti. Quando vide la location di persona non fu difficile convincerlo. Siamo riusciti a creare uno spazio così privato e discreto, con solo 22 camere e gli ospiti sono praticamente sempre gli stessi da quando abbiamo aperto.

J.K. Place Capri – Credits Massimo Listri

E il J.K. Place Roma?

Siamo nel 2013. La struttura che avevamo individuato era una scuola di ingegneria e si trovava in 

una posizione che per noi rappresentava il concetto del J.K. Place in città: siamo in centro, dietro via Condotti, lontano dal traffico e dal caos cittadino. Abbiamo trasformato questa struttura in un albergo che rappresenta i valori del nostro modo di fare ospitalità. Anche qui bisogna suonare il campanello e quando si varca la soglia si entra in una casa di un palazzo romano. Roma, essendo capitale, rappresentava un tassello fondamentale per il nostro brand.

Avevamo iniziato la nostra ricerca su Roma alcuni anni prima perché in quel momento nella capitale c’erano pochi alberghi disponibili. A Firenze invece, dopo l’apertura del Gallery della famiglia Ferragamo, così unico e all’avanguardia, tutti gli altri hotel avevano dovuto mettersi in discussione perché si era capita la possibilità di poter fare davvero di più. L’altra città che aveva in qualche modo avuto uno slancio in questo senso era Venezia. 

Poi è stato il turno di Milano, dove per anni c’era sempre e solo il Four Seasons, A Roma per un insieme di motivi – i palazzi sono per la maggior parte occupati da banche o sono di proprietà della chiesa, oppure residenze private – non c’era disponibilità di immobili e quelli che già erano hotel bisognava farli ribrandizzare. Tutti i nuovi progetti che stanno arrivando a Roma oggi sono stati resi possibili perché molti hotel magari a gestione famigliare non sono sopravvissuti.

J.K. Place Roma – Credits Massimo Listri

L’apertura a Parigi cos’ha significato per voi?

L’apertura di J.K Place Paris è stata una sfida importante perché nella capitale francese, siamo a confrontarci con tutti i principali brand di ospitalità di lusso internazionali, ma rappresenta solo l’inizio di un percorso di più ampio respiro. Purtroppo, a causa della pandemia, dalla sua apertura a gennaio 2020, l’hotel è stato aperto e richiuso tre volte ma ora finalmente siamo davvero soddisfatti.

Il J.K Place Paris sorge in un edificio elegante e discreto in rue de Lille, proprio dietro al Musée d’Orsay, strategicamente vicino a Saint Germain ma anche, attraversando Pont de la Concorde, al Louvre, alle Tuileries, agli Champs Elysées. Per realizzarlo Bönan si è lasciato ispirare dalla casa di Hubert de Givenchy e quasi tutte le statue, i quadri, i paraventi laccati, le maschere dell’Oceania e i mobili li abbiamo recuperati al mercato delle pulci di Saint Ouen.

J.K. Place Parigi – Credits Massimo Listri

In passato hai lavorato molto tempo come direttore d’hotel. In base alla tua esperienza, cosa vuoi trasmettere al tuo team?

Spero di trasmettere l’amore per gli ospiti in modo che loro possano farlo a loro volta. Gli hotel alla fine sono statici, l’anima è fatta dalle persone che ci lavorano. Se una persona è motivata, ha la passione e la voglia di fare questo mestiere allora trasferisce queste sensazioni a chi ci viene a trovare. Tutto parte dal rapporto umano perché ogni ospite è diverso e quindi è un continuo relazionarsi per capire come possiamo essergli utile. Dobbiamo capire chi sono, quali sono le sue aspettative e porre le giuste domande.

Se dovessi descrivere il J.K. Place con due aggettivi?

Accoglienza e discrezione. 

La tua soddisfazione più grande in questi anni? 

Sicuramente la soddisfazione più grande è vedere che c’è un prossimo J.K. Place che aprirà a Milano. Vedere che il brand va avanti, che ha una sua identità, che ha una sua riconoscibilità e che piace.

Cosa ti dà la carica per andare avanti ogni giorno?

È una carica che ho sempre, il lavoro è una passione, sono fortunato, non mi sento una persona che lavora. È cosi piacevole e bello fare ciò che faccio, stare a contatto con le persone tutto il tempo. E poi più sono i problemi che mi pongono e più mi sento a mio agio, amo che la gente abbia bisogno di un supporto perché mi rendo utile alla causa. Psicologicamente sto peggio quando non vengo interpellato. 

Cosa puoi raccontarmi dell’atteso J.K. Place Milano?

Quando ho iniziato questo lavoro Milano era una città che lavorava dal lunedì al giovedì. La gente arrivava per business e poi scappava via nel weekend. C’era solo il Four Seasons che “lavorava bene” ma in generale non era una città con grande appeal. E poi invece grazie ai milanesi, Milano è cambiata e si è trasformata in una città europea e adesso è una delle mete più richieste in Italia. Credo che anche la Brexit abbia accelerato questo processo.

J.K. Place Milano – Credits Marco Garofalo

Il nuovo J.K. Place Milano aprirà in via Borgospesso, nel palazzo che ha ospitato gli uffici di Versace, e sarà la struttura più grande del gruppo con 36 camere, spazi comuni importanti, ristorante, bar, zona fitness e SPA. I lavori di ristrutturazione partiranno nella primavera del 2022 per arrivare all’apertura 24 mesi dopo. Sarà la casa per tanti expert travellers. Il J.K. Place infatti fa riferimento a questo tipo di clientela, che viaggia, che conosce, con una personalità che non segue le mode.

J.K. Place Capri

Fascino discreto e ambiente accogliente, è questa la filosofia alla base del J.K. Place Capri. Gli interni dell’hotel richiamano lo stile e il concetto di una residenza di lusso, impreziosita dalla luce e dal colore del mare. Camere spaziose in cui il richiamo allo stile classico è accentuato dalle tende e dai luminosi pavimenti bianchi, che mettono in risalto le viste spettacolari della costa di Capri attraverso le finestre e i balconi. Ulteriori tocchi di stile: i marmi pregiati dei bagni e gli eleganti tappeti in bianco e nero, concepiti come cornici che scandiscono le diverse aree delle camere da letto. La sontuosità dell’eleganza e del gusto delicato fa del J.K. Place Capri un luogo dove comfort e benessere convivono in una posizione unica, su quella splendida costa che è da tempo una meta di vacanza molto ambita.

Intervista Vanessa Giovannelli, General Manager J.K. Place Capri

Vanessa Giovannelli

Cos’ha significato per te entrare a far parte del progetto J.K. Place Capri?

Io sono arrivata a Capri poco prima della pandemia e nonostante le difficoltà ero e sono onorata di far parte del gruppo. Conoscevo già il brand JK Place da molti anni, avendo lavorato sia ad Anacapri che a Firenze, e ne avevo sempre avuto una grande considerazione. Poi l’idea di ritornare su un’isola dopo le esperienze in città mi ha davvero entusiasmata.

Come direttore quali sono i valori che vuoi trasmettere al tuo team?

Il lavoro su un’isola è stagionale ed è quindi un pò diverso perché lo staff cambia ma sicuramente desidero trasmettere l’importanza di lavorare in gruppo, divertendosi e dando il massimo per gli ospiti con passione e dedizione. Anche quando facciamo i colloqui per lo staff io ricerco prima di tutto la passione nelle persone perché poi il mestiere lo si può insegnare.

Se dico J.K. Place che cosa ti viene in mente?

Casa. Il concetto di accoglienza di una casa privata. Non lo vedo come un hotel. Esclusività, attenzione ai dettagli e al servizio. Noi già in fase di prenotazione ci informiamo sulle preferenze e sulle necessità degli ospiti. Desideriamo che tutto sia perfetto per le persone che vengono a trovarci. 

Su cosa si basa il vostro concetto di ospitalità?

Sulla personalizzazione totale. Noi possiamo farlo perché abbiamo un numero limitato di camere. Anche le amenities sono diverse da cliente a cliente. Noi desideriamo creare per i nostri ospiti dei ricordi meravigliosi che possano portare per sempre nei loro cuori. Cerchiamo di creare dei legami autentici. Pensa che alcuni dei nostri ospiti ci vengono a trovare dal giorno dell’apertura. Questo non ha prezzo. La sensazione che ti dà il sorriso di un ospite non ha valore per me.

Quali sono state ad oggi le soddisfazioni più grandi nel ruolo di direttore del J.K. Place Capri?

Prima di tutto portare avanti il lavoro realizzato da chi mi ha preceduto e sicuramente il fatto di aver fatto una stagione molto soddisfacente perché la situazione in pandemia era quella che era. Nonostante i sacrifici, i risultati ci sono stati. 

Dove trovi l’energia e la motivazione per affrontare le tue giornate? 

L’idea di essere parte di un’esperienza di un ospite è ciò che mi fa continuare a fare quello che faccio. Adoro quello che faccio, per me non è un lavoro. Organizzare, passare ai piani B, far sì che ogni singolo momento qui sull’isola sia unico: questo è ciò che mi carica. Chi fa questo mestiere sa che deve dimenticarsi la vita sociale perché non è impossibile sapere quando si inizia e quando si finisce. Bisogna essere appassionati altrimenti non c’è modo di resistere. Ed è proprio questa mia immensa passione che mi motiva ogni giorno. 

J.K. Place Roma

J.K. Place Roma offre servizi personalizzati unici a tutti gli ospiti che visitano la città eterna. Situato nel cuore di Roma, a pochi minuti a piedi da Piazza di Spagna, Via Condotti e tutte le attrazioni principali della città, l’hotel dispone di camere e suite arredate con pezzi contemporanei e antichi che richiamano i tempi della Dolce Vita unitamente ai più moderni comfort di un boutique hotel di lusso. Il J.K. Cafè Bistro, che offre specialità italiane e internazionali, e il roof garden bar sono i luoghi ideali per un relax in stile “J.K.”.

Intervista a Maria Strati, General Manager J.K. Place Roma

Maria Strati – Credits Federica Pierpaoli

Cos’ha significato entrare a far parte del progetto J.K. Place Roma?

J.K. Place Roma è stato da sempre il mio albergo preferito a Roma e prima di qualsiasi impegno professionale ero un’ospite qui. Vent’anni fa ho lavorato in un albergo di Roma per cinque anni, poi sono rientrata in Grecia, il mio Paese. Da quel momento, ogni volta che tornavo a Roma, dovevo assolutamente passare di qui. Quindi quando nel 2020 mi è stato proposto di entrare a far parte del team di Capri ho subito accettato con immensa gioia. Tuttavia, avendo sempre lavorato sulle isole, avevo espresso il mio desiderio di essere trasferita in città. Poi per caso si è liberato il posto qui a Roma. 

Come direttore quali sono i valori che vuoi trasmettere al tuo team?

Io sono dell’idea che un direttore è bravo quando riesce a circondarsi di persone competenti che hanno la sua stessa visione. Io sono forte se la mia squadra è forte. Questo ultimo anno è stato abbastanza complesso per tutti. Motivare i ragazzi era la mia priorità. Tutti abbiamo dovuto fare sacrifici e io ho cercato di essere vicino a tutti, di mantenere un equilibrio tra i bisogni dell’azienda e delle persone. Devo dire che in questo momento, guardando indietro e soffermandomi poi sui risultati di adesso, sono davvero soddisfatta. Siamo al punto in cui siamo pronti ad aggiungere nuove persone alla squadra per affrontare una nuova stagione.

Su cosa si basa il vostro concetto di ospitalità?

L’ospitalità per noi significa offrire un servizio personalizzato. I nostri ospiti sono informati ed esigenti, hanno viaggiato, hanno soggiornato nei più importanti hotel del mondo e qui desiderano vivere come in una lussuosa casa. Il servizio si basa sui desideri e le necessità delle persone, sempre. 

Se dico J.K. Place che cosa ti viene in mente?

Esclusività, eleganza, ospitalità e design. Alla base del nostro “effetto wow” vi è il genio di Bönan che ha creato questo ambiente così caldo e lussuoso. Unico.

Quali sono state ad oggi le soddisfazioni più grandi nel ruolo di direttore del J.K. Place Roma?

Il fatto che ad ottobre l’albergo ha avuto il risultato migliore da quando ha aperto. Non è stato un anno in cui potevamo prevedere come sarebbero andate le cose, ma ora ho capito che tutto il lavoro che ho fatto quando l’hotel era chiuso, ha portato dei risultati molto importanti. Io facevo facevo facevo ma non sapevo a cosa sarebbe servito. Ma la mia esperienza di vent’anni mi ha insegnato che se una persona lavora tanto poi le soddisfazioni arrivano. E così è stato. E poi sicuramente l’essere riuscita a creare un team forte come quello che abbiamo adesso per me è fonde di grande gioia. Devo dire che ho avuto il supporto della proprietà: mi hanno lasciato fare e mi hanno sempre incoraggiato. Io non ho paura delle difficoltà, lavoro tanto e sono sicura dei risultati e quindi essere supportati vuol dire tutto. La positività e la persistenza sono fondamentali. 

Dove trovi l’energia e la motivazione per affrontare le tue giornate?

Nel mio caso la motivazione la trovo sempre perché, caratterialmente, se lavoro ad un progetto non mollo mai finché non porto un risultato. Io ho preso il mio albergo preferito in un periodo difficile e dovevo raggiungere i miei obiettivi ad ogni costo. In questo momento sono felice, creativa e non vedo l’ora di portare nuovi risultati. Adoro il mio lavoro perciò la motivazione viene dalla produttività di ogni giorno. Io sono contenta quando vedo i risultati e le cose che creo, gli ospiti contenti e il personale motivato.

J.K. Place Paris

Situato in posizione strategica nella residenziale ed esclusiva Rive Gauche, vicino al Musée d’Orsay, questo hotel urbano ospita il ristorante Casa Tua, con sedi anche a Miami Beach e Aspen, il Lounge Bar, una Signature Spa, una piscina al coperto, una sauna, un bagno turco e una sala fitness Technogym completamente attrezzata. 

L’architetto Michele Bönan ha magistralmente progettato ogni dettaglio di questa casa italo-parigina, riproponendo l’arredamento unico e senza tempo dei già famosi J.K. Places di Roma, Capri e Firenze.

Intervista Riccardo Ortogni, General Manager J.K. Place Paris

Riccardo Ortogni

Cos’ha significato entrare a far parte del progetto J.K. Place Parigi?

La mia avventura è cominciata ufficialmente a dicembre 2018, quindi ormai sono tre anni e mezzo. E l’opportunità è arrivata con la fine di una bella esperienza in Toscana. Avevo la necessità di cambiare sfide e dinamiche e ho colto al volo questo treno. Sono venuto a Parigi con tanto entusiasmo e con la voglia di portare il J.K. Place in una città così importante.

Come direttore quali sono i valori che vuoi trasmettere al tuo team?

Onestà, dico sempre che capita di fare un piccolo errore, ma non bisogna mai mentire. Se abbiamo sbagliato è giusto dirlo e abbiamo poi tutto il tempo di riguadagnare la fiducia del prossimo. Dico sempre che in un albergo ci sono sempre tante persone che lavorano, alcune visibili, altre magari che non si vedono ma che comunque siamo tutti uguali e importanti. Siamo tutti qui per lavorare e per raggiungere degli obiettivi e nel farlo la lealtà, l’educazione, il rispetto sono fondamentali. E ovviamente sottolineo sempre quanto sia importante il sorriso: se una persona comincia la sua giornata con un sorriso, la giornata sarà positiva. I miei quattro pillars sono determinazione, efficienza, produttività ma anche divertimento. Quando si è coinvolti così tanto in un ambiente lavorativo, bisogna stare bene sia con il team, sia con i nostri ospiti. 

Su cosa si basa il vostro concetto di ospitalità?

Allora qui abbiamo due vantaggi. Il J.K. Place è una casa e quindi qui possiamo consolidare davvero i rapporti con i nostri ospiti. Per noi il lusso è pensare a cosa faremmo a casa nostra quando delle persone ci vengono a trovare. Qui noi vogliamo trasmettere la stessa sensazione con qualche dettaglio in più. Il secondo vantaggio è il fatto che siamo italiani. Quindi anche i “locals” ci cercano per la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri sapori. L’italianità è amata in tutto il mondo e noi vogliamo davvero farla conoscere attraverso la giusta narrazione. 

Se dico J.K. Place che cosa ti viene in mente?

La prima cosa che mi viene in mente è casa. Lo dico perché confrontandomi spesso anche con gli ospiti, capisco che per loro è fondamentale il fatto che qui si sentono a loro agio. Oggi sentirsi a proprio agio è la cosa più importante e significa che trasmettiamo un’atmosfera calda, avvolgente, ma anche professionale. E in questo il team è davvero bravo. Poi se ci si guarda attorno siamo comunque in un ambiente raffinato e questo piace moltissimo.

Quali sono state ad oggi le soddisfazioni più grandi nel ruolo di direttore del J.K. Place Parigi?

Mi piace sempre rispondere con una piccola battuta perché questo albergo lo abbiamo aperto e richiuso 3 volte in 24 mesi. Quindi è stato abbastanza difficile anche se ci siamo tolti diverse soddisfazioni come team perché fin dall’inizio siamo riusciti ad avere un buonissimo feedback sia dagli ospiti internazionali che dai locali. L’apertura era comunque molto attesa dopo Capri e Roma e Parigi era davvero una sfida importante.

Dove trovi l’energia e la motivazione per affrontare le tue giornate?

La giusta motivazione secondo me deve nascere da te stesso. Da quando ho iniziato a meditare e a ritagliarmi dei momenti privati, riesco ad avere sempre la carica e l’energia giusta per affrontare la giornata. Il nostro è un lavoro difficile perché abbiamo sempre a che fare con le persone e non possiamo portarci a lavoro i nostri problemi. Quindi è fondamentale “auto alimentarci”, soprattuto nel mio ruolo che deve essere di esempio anche per il team. Io credo che il segreto di un grande direttore è di avvalersi di grandissimi professionisti che possano offrirti sempre diversi punti di vista.

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Articolo realizzato per il numero 20 di Genius People Magazine.

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